Immagina un lunedì mattina qualunque. Accendi il computer e qualcosa non va: i server non rispondono, il gestionale è irraggiungibile, gli archivi dei clienti sembrano svaniti. Può essere un guasto hardware, un incendio, un allagamento o un attacco informatico. E la domanda, a quel punto, non è più “può succedere a me?”, ma “quanto velocemente riesco a ripartire?“.
È qui che entra in gioco il disaster recovery, un concetto che molte aziende confondono con il semplice backup. Capire la differenza è il primo passo per non trovarsi impreparati nel momento peggiore.
In sintesi
- Il backup è la copia dei dati; il disaster recovery è il piano per tornare operativi.
- Due parametri guidano tutto: RPO (quanti dati puoi perdere) e RTO (in quanto tempo riparti).
- Nel 2025 il costo medio di ripristino dopo un ransomware è stato di 1,53 milioni di dollari (Sophos).
- Un piano vale poco se non è mai stato testato.
Backup e disaster recovery non sono la stessa cosa?
No, e confonderli è un errore costoso. Il backup è la copia dei dati: la materia prima del recupero. Il disaster recovery è il piano completo per tornare operativi dopo un incidente: non solo recuperare i file, ma rimettere in funzione server, applicazioni, configurazioni e processi nel minor tempo possibile. Puoi avere un ottimo backup 3-2-1 e, allo stesso tempo, restare fermo per giorni perché non hai un piano.
Cosa sono RPO e RTO?
Sono i due numeri attorno a cui ruota ogni piano serio. Sembrano tecnici, ma raccontano decisioni di business:
- RPO (Recovery Point Objective): quanti dati puoi permetterti di perdere, misurati in tempo. Un RPO di un’ora significa che, nello scenario peggiore, perdi al massimo l’ultima ora di lavoro.
- RTO (Recovery Time Objective): in quanto tempo devi tornare operativo. Un RTO di quattro ore significa che l’azienda deve riprendere entro quattro ore dall’incidente. Più basso è l’RTO, più sofisticata dev’essere la soluzione.
Quanto costa un’ora di fermo?
È una domanda che poche aziende si pongono, eppure è illuminante. Nel 2025 il costo medio di ripristino dopo un attacco ransomware è stato di 1,53 milioni di dollari (Sophos, The State of Ransomware 2025). Prova a calcolare cosa ti costa un’ora di blocco totale: stipendi di chi non può lavorare, ordini che non entrano, clienti che non ti raggiungono, danno d’immagine. Messo nero su bianco, un buon piano di continuità smette di essere una spesa astratta.
Quali sono le minacce più comuni alla continuità?
I disastri informatici non sono solo eventi catastrofici. Nel 2024 l’ACN ha registrato in media circa 165 eventi cyber al mese, con il ransomware come principale minaccia. Nella pratica le cause di fermo più frequenti sono: guasti hardware, errori umani (una cancellazione accidentale), attacchi ransomware che bloccano i sistemi, problemi di alimentazione o connettività. Un buon piano li considera tutti, non solo lo scenario peggiore.
Un piano su misura, non una soluzione preconfezionata
Non esistono due aziende con le stesse priorità. Per uno studio professionale il sistema più critico può essere il gestionale documentale; per un e-commerce, sito e magazzino; per un’azienda di servizi, posta e CRM. Un buon piano parte da qui: capire cosa è vitale, definire obiettivi di ripristino realistici e, soprattutto, testarli. Per molte aziende è anche una misura richiesta dalla NIS2: verifica se rientri con il nostro albero decisionale.
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Domande frequenti
Mi basta un buon backup o serve anche il disaster recovery?
Il backup è necessario ma non sufficiente. Ti restituisce i dati, non l’operatività: server, applicazioni e configurazioni vanno rimessi in funzione. Senza un piano di disaster recovery testato, puoi avere i dati salvi e l’azienda comunque ferma per giorni. Servono entrambi.
Che RPO e RTO servono a una PMI?
Dipende da quanto ti costa il fermo. Per uno studio con scadenze fiscali o un e-commerce, poche ore di RTO sono spesso il limite; per altre attività si può tollerare di più. La regola è partire dall’impatto economico del blocco e dimensionare gli obiettivi di conseguenza.
Ogni quanto va testato il piano di disaster recovery?
Almeno una volta l’anno, e dopo ogni cambiamento importante dell’infrastruttura. Un piano mai provato è solo una promessa: i test servono proprio a scoprire prima, in condizioni controllate, i problemi che altrimenti emergerebbero nel momento peggiore.
Il disaster recovery è un obbligo di legge?
Per chi rientra nella NIS2, la continuità operativa e il backup rientrano tra le misure di sicurezza di base richieste. Anche senza obbligo diretto, resta una tutela concreta contro fermi che costano quasi sempre più del piano stesso.
In breve
Il backup ti ridà i dati; il disaster recovery ti ridà l’azienda. La differenza si misura in RPO e RTO, cioè in quanti dati puoi perdere e in quanto tempo riparti. Il costo di un’ora di fermo, messo nero su bianco, rende evidente il valore di un piano su misura, testato e mantenuto nel tempo.
Pubblicato il 10 dicembre 2025 · Ultimo aggiornamento: 21 luglio 2026.
Fonti
- Sophos, The State of Ransomware 2025: sophos.com
- ACN, Relazione Annuale (dati 2024): acn.gov.it
- Verizon, Data Breach Investigations Report 2025: verizon.com